
I think and I think and I think. I've thought myself out of happiness one million times, but never once into it.
Jonathan Safran Foer, Extremely Loud & Incredibly Close
Ningun refugio vale de nada, pero no se puede vivir al raso.
- Se puede intentar.
- Seria meterse en un laberinto.
-En un laberinto, bueno, pero no en un castillo. Hay que elegir entre perderse y defenderse.
Carmen Martin Gaite, El cuarto de atras
Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
Alessandro Baricco, Castelli di rabbia
Did I contradict myself? Very well then I contradict myself (I am large, I contain multitudes).
Walt Whitman, Foglie d'erba
Sono entrate nel labirinto *loading* persone
Arts&Letters Daily
Il blog di Neil Gaiman
The Internet Movie Database
Il blog di Daria Bignardi
Ben Vautier
Wuz
ZombieGuide
Rotten Tomatoes
Nuraio (Il sito di Flavio Soriga)
The Wizard of Oz
Wittgenstein
Le Petit Monde de Joann Sfar
Qualche giorno fa, complice l’ottimo programma “Rivediamoli” del cinema Apollo di Milano, ho avuto l’opportunità di vedere il film vincitore all’ultimo Festival di Cannes, Il vento che accarezza l’erba, di Ken Loach. Una Palma d’Oro controversa, per un film indubbiamente non facile. Prima di vederlo, avevo sentito soprattutto voci, se non contro, almeno poco convinte. Io invece l’ho apprezzato, almeno rispetto a determinati punti di vista. Certo, non è un film indimenticabile. La seconda parte per esempio si incarta un po’ su se stessa, e non regge il confronto con le scene iniziali, di una forza estrema.
Ma facciamo un passo indietro. Il film è ambientato nell’Irlanda degli anni Venti, durante la repressione britannica, e mostra la nascita del Sinn Féin (la resistenza contro l’oppressore). La scena si apre con i soldati inglesi che mettono sotto torchio un gruppo di giovani in un tranquillo paesino di campagna, uccidendo di botte sotto gli occhi della madre uno di loro, solo diciassettenne, perché si rifiuta di dire il suo nome in inglese anziché in gaelico. In seguito a questo episodio, i fratelli Damien (Cilian Murphy) e Teddy (Padraic Delaney) O’Donovan si uniscono all’Irish Repubblican Army. Lo scettico Damien, che in realtà avrebbe voluto fare il medico, si lascerà coinvolgere dalla lotta, assumendo posizioni sempre più intransigenti. Dopo la ratifica del trattato di pace con l’Inghilterra, Damien e Teddy si troveranno ad essere nemici, appartenenti rispettivamente alla fazione radicale e a quella moderata. E ora mi fermo, perché non voglio svelare come va a finire.
Il punto di forza di questo film, oltre alle splendide location (infinitamente poetiche, ma del resto siamo in Irlanda) e alla bravura dei protagonisti, risiede nella profondità delle questioni ideologiche che pone, importanti sia per quanto riguarda la storia dell’Irlanda (con strascichi ancora nel presente), sia a livello più generale: come bisogna reagire contro un popolo oppressore che non permette di parlare nemmeno la propria lingua? Fin dove è lecito spingersi per ottenere la libertà? Tuttavia, questo punto di forza costituisce in qualche modo anche una debolezza, perché non riesce ad andare oltre una visione nettamente dualistica: prima gli irlandesi contro gli inglesi, poi le due fazioni irlandesi (e quindi i due fratelli). Si cade così in un’impasse ideologica e narrativa estremizzata nel finale, prevedibile ma non per questo meno crudele.
In conclusione, un film che vale la pena vedere, ma che non riesce ad appassionare.
La rivista letteraria Granta (numero 97) ha reso noti i risultati dell'elezione dei migliori scrittori di fiction americani under 35. Nel 1996 la stessa rivista aveva indicato 20 giovani scrittori all'epoca considerati i più promettenti nel panorama letterario americano (dopo che la versione inglese della rivista aveva eletto i più promettenti "giovani" britannici già nel 1983 - giovani in senso relativo visto che il requisito era di avere meno di 40 anni. In quell'elenco comparivano tra l'altro nomi come Salman Rushdie e Ian McEwan). Rispetto a quell'edizione, è stato abbassato il limite d'età: tutti gli eletti sono nati dopo il 1970, segno che si inizia a scrivere prima, e che il panorama letterario (quello americano, per lo meno) è più vivace. Ian Jack, l'editor della rivista, che ha letto la maggior parte degli oltre 200 libri in concorso, nota che questa generazione di scrittori americani pare essere caratterizzata da una sorta di ossessione per la morte, da un senso di perdita, e dalla consapevolezza che la fine di tutte le cose è sempre inesorabile. Inoltre, tutti riflettono il senso di profonda incertezza che caratterizza l'America contemporanea. Il ritratto di una generazione che vuole essere un'istantanea di un'intera nazione, in un certo senso.