
I think and I think and I think. I've thought myself out of happiness one million times, but never once into it.
Jonathan Safran Foer, Extremely Loud & Incredibly Close
Ningun refugio vale de nada, pero no se puede vivir al raso.
- Se puede intentar.
- Seria meterse en un laberinto.
-En un laberinto, bueno, pero no en un castillo. Hay que elegir entre perderse y defenderse.
Carmen Martin Gaite, El cuarto de atras
Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
Alessandro Baricco, Castelli di rabbia
Did I contradict myself? Very well then I contradict myself (I am large, I contain multitudes).
Walt Whitman, Foglie d'erba
Sono entrate nel labirinto *loading* persone
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Le Petit Monde de Joann Sfar
Il gatto del rabbino
Di Joann Sfar
Rizzoli, 2007
Il gatto del rabbino è una bellissima graphic novel che riunisce i primi tre racconti della serie ideata dal giovane autore francese Joann Sfar, nella quale l’umorismo della tradizione ebraica si unisce alla forma del fumetto dando vita a delle storie piene di avvenimenti e nello stesso tempo intrise di riflessioni filosofiche e religiose.
Giusto per fare un paio d’esempi: nel primo racconto, “Il Bar-Mitzvah”, il gatto si mangia il pappagallo del rabbino e in questo modo acquista l’uso della parola. Ne nascono una serie di riflessioni a sfondo filosofico nelle quali il gatto cerca con le sue domande apparentemente ingenue di mettere in discussione le credenze del rabbino: “gli chiedo qual è la differenza tra un umano e un gatto. Lui mi risponde che Dio ha fatto l’uomo a sua immagine. Io gli chiedo di mostrarmi un’immagine di Dio. Lui mi dice che Dio è una parola. Io dico al rabbino del rabbino che se l’uomo è simile a Dio perché sa parlare, io sono simile all’uomo”.
Nel secondo racconto, “Malka dei Leoni”, il rabbino si vede recapitare una lettera in cui lo si convoca per un esame in lingua francese, per entrare nel Consiglio Israelita di Francia e vedere così confermato il suo ruolo da rabbino. Come a dire che non conta tanto l’esperienza, quanto la padronanza della lingua dei dominatori.
Nel terzo racconto, invece, “L’esodo”, il matrimonio della figlia del rabbino è l’occasione per un viaggio a Parigi a conoscere la famiglia del marito. Da Algeri il rabbino e il suo gatto si trovano in una Parigi in piena Belle Époque, ed è l’occasione per un confronto non solo tra la civiltà ebraica e quella occidentale, ma anche e soprattutto tra gli ebrei d’Algeria e quelli di Parigi, perfettamente integrati nella vita cittadina. E alla fine non ci sono facili soluzioni. Il rabbino torna alla sua comunità, e spiega: “cari amici, ho conosciuto un ebreo che mangiava tutto il tempo maiale. E fumava durante lo Shabbat. E non pregava mai. L’ho guardato e mi sono detto: tu non rispetti la Torah, che è la spiegazione dell’esistenza. Tu non lo sai, ma devi essere meno felice di me. L’ho osservato bene, e onestamente non credo che vivesse peggio di me. Allora, amici miei, se si può essere felici senza rispettare la Torah, perché faticare tanto ad applicare tutti questi principi che ci complicano tanto la vita? – Dai, Abraham, dicci perché, stiamo aspettando! – Be’, non lo so.”
Ecco, sono questo genere di discorsi a rendere la lettura estremamente interessante. Ma non si pensi che si tratti di un’opera poco accessibile. Del resto, si tratta pur sempre di un fumetto, e Sfar si rivolge prevalentemente a un pubblico giovane. Il messaggio arriva lo stesso, anche se non si padroneggiano la Torah o la filosofia di Aristotele. Inoltre la lettura è rapida (bastano davvero un paio d’ore), appassionante, divertente. E lo dice una che non ha mai avuto una predilezione particolare per il genere della graphic novel, convinta che la “vera letteratura” fosse altro. Beh, alle volte fa piacere ammettere di essersi sbagliati.