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domenica, 30 novembre 2008

O sei Clint Eastwood e fai un film come Changeling...

Changeling
di Clint Eastwood
con Angelina Jolie, John Malkovich.


Non è semplicissimo parlare dell'ultimo film di Clint Eastwood cercando di tenersi lontani da banalità e ovvietà.
Partendo da un commento del tutto personale, posso dire che mi ha coinvolta un po' meno rispetto a Million Dollar Baby, film che mi aveva
emotivamente massacrata, tanto da farmi piangere a sonori singhiozzi in sala (non mi vergogno a dirlo) e da girarmi in testa per giorni e giorni. Tanto che, per quanto l'abbia adorato, non ho ancora avuto la forza di rivederlo.
Changeling è un'altra cosa, un'altra storia, un'altra struttura. Rimanendo sempre sul piano delle sensazioni personali (che poi, al di là di tante chiacchiere, il cinema è soprattutto questo), anche in questo caso ammetto di aver versato qualche lacrima, ma quello che ho provato soprattutto è stata rabbia, una rabbia violenta unita a un senso di impotenza verso quei poliziotti corrotti che avrei tanto voluto schiaffeggiare, verso il direttore dell'ospedale psichiatrico, verso il terribile serial killer (interpretato da un inquietante Jason Butler Harner). Lo spettatore in sala difficilmente prova sensazioni così forti senza che dietro ci sia una studiatissima costruzione del film che sta guardando. Plauso a Eastwood, che non sbaglia un colpo e che riesce con la sua esperienza a confezionare film che in un modo o nell'altro lasciano il segno.
Ma andiamo con ordine. Changeling, un film che dura ben 140 minuti (e non sentirli...), si potrebbe, volendo, riassumere in una sola frase: a una donna viene rapito il figlio, la polizia corrotta gliene riporta uno sbagliato e alle sue proteste l'accusa di essere pazza, ma lei non si arrende e con l'aiuto di un reverendo e di un avvocato lotta per portare alla luce la verità. Ecco qui. E qui sta la grandezza di Eastwood, l'ultimo maestro del cinema hollywoodiano classico. Perché il suo film non si discosta mai da questo nucleo centrale che si riassume in una frasetta, ma al tempo stesso ci mette dentro tante altre cose.
Per cominciare dalla cosa più banale ed evidente di tutte, ci mette un affresco preciso e affascinante della Los Angeles degli anni Venti. Brillante per esempio la ricostruzione del centralino telefonico dove la Jolie lavora come una supervisor ante litteram spostandosi sui pattini a rotelle.
E poi, naturalmente, c'è la denuncia della corruzione della polizia, dei soprusi (fisici e psicologici) nell'ospedale psichiatrico, c'è l'orrore della pazzia e della strage di Gordon Northcott, c'è la lotta del reverendo Briegleb (il sempre ottimo John Malkovich) per smascherare abusi e ingiustizie, e alla fine c'è, appena accennato, un discorso sulla pena di morte. Della quale non si dice una sola parola. Ci si limita a mostrarla, così come si è mostrata la carneficina di Northcott, come si è mostrato il processo, come si è mostrata la sua instabilità, come si è mostrato il dolore lacerante di Christine Collins e degli altri genitori delle piccole vittime che assistono al processo.
In questo film, come nei suoi ultimi, Eastwood racconta una perdita dell'innocenza. Nonostante la gestione del relief (quella sensazione per cui un personaggio attraversa numerose ingiustizie ma alla fine riesce a trionfare) sia dosata e perfetta, alla fine non si ha la sensazione che tutto sia finito bene. Resta un retrogusto amaro, di qualcosa che non è come dovrebbe.
Ma soprattutto, Changeling rimane fedele alla frase che lo riassume. Il vero fulcro è la lotta di Christine Collins - Angelina Jolie, il dolore di una madre che perde il proprio figlio, un dolore che non è descrivibile a parole.


La lotta disperata e stremante di una madre che cerca solo la verità è il vero motore del film. Christine Collins è un personaggio completamente positivo, senza ombre, che non si scoraggia nemmeno di fronte alle peggiori minacce.
La forza di Christine rappresenta l'unica nota di speranza del film, che su questa speranza si chiude.
"Christine Collins non ha mai smesso di cercare suo figlio", si legge nei titoli di coda.
un altro granello di sabbia di: BlackCoraline alle 15:43 | link | commenti
categorie: recensioni, grande schermo e dintorni
domenica, 09 novembre 2008

Venerdì sera, al teatro Ringhiera di Milano, ho visto lo spettacolo La Vacanza. Il caso Alpi-Hrovatin, monologo di Marina Senesi scritto basandosi sul materiale raccolto dalla giornalista Sabrina Giannini per una puntata della trasmissione Report andata in onda nel 2003.
Lo spettacolo ha esordito nel giugno 2007 a Riccione e da allora gira l'Italia ricordando a tutti gli spettatori quello che è successo a partire da quel 20 marzo 1994, quando la giornalista del TG3 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin sono stati uccisi a Mogadiscio in circostanze rimaste oscure. 
Marina Senesi finge di raccontare le fasi della preparazione della puntata a un ospite che ha invitato a cena. Ne segue una ricostruzione dei fatti che non offre nuove interpretazioni o nuove verità. Al contrario, si limita a mostrare al pubblico il materiale raccolto, lettere, filmati, interviste, e a rendere evidenti le tante contraddizioni mai risolte. Ciò che viene a galla è un quadro cupo e irritante del modo in cui sono state condotte le indagini, sia nei momenti immediatamente successivi all'omicidio che nei quattordici anni seguenti. In mezzo ci sono i complicati giochi di potere e la guerra civile somala, interessi vari di trafficanti di armi e di personaggi più o meno collusi, addirittura l'interesse degli Stati Uniti nella Somalia come grande discarica per scorie nucleari.
Non si è mai scoperta la verità, ma quello che fa veramente incazzare anche il semplice spettatore in platea sono la noncuranza, i pasticci, i ritardi, le contraddizioni e le prese in giro che hanno puntellato le indagini.
Al di là di commenti estetici e formali sulla messa in scena e sull'interpretazione (un po' amatoriali, forse, ma a mio giudizio non sgradevoli), questa orazione civile dovrebbe essere vista da molte più persone rispetto alle poche presenti in sala l'altra sera. Per ricordare un caso drammatico e significativo e purtroppo dimenticato da molti.
Ma anche per far riflettere a più ampio raggio sulla società, sui giochi di potere, sulla manipolazione delle informazioni. Mica uno scherzo, di questi tempi.
un altro granello di sabbia di: BlackCoraline alle 21:27 | link | commenti
categorie: attualitĂ , palcoscenico
mercoledì, 05 novembre 2008

La vittoria della speranza

Per scaramanzia non ci si voleva credere fino alla fine. Ma ecco qui, gli americani stavolta ci hanno regalato un bel risveglio.
Giornata storica, quella di ieri.
In bocca al lupo, President Obama. Ne avrà bisogno.
un altro granello di sabbia di: BlackCoraline alle 13:12 | link | commenti
categorie: attualitĂ