I think and I think and I think. I've thought myself out of happiness one million times, but never once into it. Jonathan Safran Foer, Extremely Loud & Incredibly Close
Ningun refugio vale de nada, pero no se puede vivir al raso. - Se puede intentar. - Seria meterse en un laberinto. -En un laberinto, bueno, pero no en un castillo. Hay que elegir entre perderse y defenderse. Carmen Martin Gaite, El cuarto de atras
Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Alessandro Baricco, Castelli di rabbia
Did I contradict myself? Very well then I contradict myself (I am large, I contain multitudes). Walt Whitman, Foglie d'erba
Ieri sono stata alla manifestazione del PD al Circo Massimo. Parto subito con una precisazione, anche se so che è sterile. Però mi irrita profondamente che si offenda l'intelligenza della gente. Nessuno che abbia visto le immagini di ieri e che abbia due dita di buon senso può dire che ci saranno state circa duecentomila persone. Nessuno.
Ieri al Circo Massimo è arrivata gente da tutta Italia, anche affrontando viaggi impegnativi (come il nostro, all'andata la bellezza di 10 ore per arrivare a Roma in treno). Erano persone di ogni età e di ogni estrazione sociale: giovani, pensionati, famiglie con bambini, operai, piccoli imprenditori e professori. E via dicendo. Eravamo in tanti, checchè ne dicano. E non eravamo un gruppo di facinorose teste calde. Anzi, una delle cose migliori della giornata è stata vedere questa folla di gente tranquilla, ordinata, serena. Non arrabbiata (o perlomeno non nei modi rissosi e violenti che forse qualcuno auspicava), ma felice di poter dimostrare il proprio dissenso nei confronti di un governo che non la rappresenta e che non fa nulla per tutelarla in questo momento di grande difficoltà internazionale. Stiamo vivendo tempi impegnativi, e vedere che c'è ancora gente che si impegna e che guarda oltre il proprio orticello è rassicurante. Vuol dire che l'individualismo sfrenato e sregolato che sta minando la nostra società fin dalle fondamenta non ha ancora contagiato tutti. E' già una prima speranza.
Il Circo Massimo era colmo di gente, e quando Veltroni è salito sul palco è stato bello lo sventolare delle bandiere, l'applauso all'unisono.
Dietro le sue spalle, sul palco, una frase di Vittorio Foa, scomparso proprio nei giorni scorsi: "Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente". Ecco, in queste parole si riassume forse tutto il pensiero della gente che ieri ha affollato il Circo Massimo.
Poi, Veltroni ha preso la parola, parlando per circa 50 minuti. Un discorso serio, composto, misurato. Che ha criticato Berlusconi e le scelte del suo governo, ma l'ha fatto in modo puntuale e motivato, senza cadere nella facile trappola dell'insulto e dell'offesa. Confrontando l'operato del nostro premier con quello di altri due premier della destra europea: Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. Un modo intelligente per dimostrare la sua inadeguatezza, il suo essere incapace di pensare al bene pubblico e di affrontare la situazione attuale.
Un discorso costruttivo, nel quale si è parlato di scuola, di economia, di immigrazione e integrazione. Dove il concetto principale che ne è uscito è riassunto da una frase che Veltroni ha ripetuto più volte: "L'Italia è migliore della destra che la governa". Le persone presenti al Circo Massimo sono unite nella convinzione che esiste un'Italia migliore rispetto a quella che chiede di separare le classi per i figli degli immigrati. Esiste un'Italia migliore rispetto a chi taglia sulla scuola e sull'università. La cultura dà alla gente gli strumenti per capire la realtà, e chi ci governa ha interesse che questo non accada. La gente del Circo Massimo crede che esista un'Italia migliore rispetto a quelli che auspicano l'intervento della polizia per bloccare le proteste degli studenti e degli insegnati (come il nostro Presidente del Consiglio, o, peggio ancora, come le ignobili e vergognose parole di Cossiga). Un'Italia migliore rispetto a quelli che pensano che Saviano sia tutto sommato in cerca di protagonismo. Un'Italia migliore rispetto a coloro che hanno come unico valore l'arricchimento e la soddisfazione personale, a qualsiasi prezzo. E che non sanno cosa sia la memoria storica.
Un'Italia migliore rispetto a coloro che tengono i giovani in scacco, in ostaggi di contratti senza presente e senza futuro, che convengono solo alle casse delle aziende. Situazione che priva i giovani del bene più prezioso: la speranza nel futuro.
Coloro che ieri hanno riempito il Circo Massimo non sono degli ingenui. Siamo tutti consapevoli che i problemi esistono, anche all'interno dello stesso PD, e non si cancellano con un bagno di folla. Siamo tutti consapevoli che si attraversano tempi bui.
Ma quella di ieri è stata una giornata di speranza. Un'altra Italia è difficile, ma non impossibile.
"Ho di nuovo paura, quello strascico di inquietudine che lasciano le decisioni prese sotto l'effetto dell'alcol. Da una parte, non vedo l'ora che il tempo passi, ma dall'altra mi piace stare così, avviluppata nel vago malessere dell'irrisolto, di ciò che si rifrange in mille finali perché non ne ha avuto ancora nessuno, in salvo e nello stesso tempo vittima della ragnatela delle storie in sospeso."
Carmen Martin Gaite, Nuvolosità variabile (Giunti).
Vicky Cristina Barcelona
di Woody Allen
con Javier Bardem, Scarlett Johansson, Rebecca Hall, Penelope Cruz
Marketta colossale, l'ultimo film di Woody Allen. L'ha ammesso lui stesso, quindi nessun problema: il film è nato con l'obiettivo di far pubblicità alla città catalana (come se ne avesse bisogno): tutta la storia gira attorno a questo. E, diciamolo subito, è ovvio che non siamo di fronte a un'opera d'arte, ed é altrettanto ovvio che tanti saranno i detrattori che si lamenteranno di questo o quello. Eppure a me il film é piaciuto. Mi é piaciuta la voce narrante esterna, mi è piaciuto lo schematismo che ha portato ad affiancare le storie delle due amiche americane piuttosto che ad amalgamarle. Mi è piaciuto tutto il non detto, tutto quello che succede fuori campo. E naturalmente mi sono piaciuti gli attori. Rebecca Hall con la sua mente tormentata è forse il personaggio più alleniano di tutti. Ma i migliori sono stati il solito Javier Bardem (un gigante) e la straordinaria Penelope Cruz. Intensa come in un film di Almodovar, quando è arrivata lei ha bucato lo schermo e tutto il resto è rimasto in ombra.
Poi, va bene, la trama non era niente di straordinario, priva della tensione emotiva che uno si può aspettare da un film di Allen. Ma non era quello lo scopo.
Il punto è che quando esci dalla sala dopo un'ora e mezza tutto sommato gradevole ti viene voglia di salire su un aereo e andare a Barcellona per un paio di mesi.
Obiettivo centrato, Mr. Allen.
Once
di John Carney
con Glen Hansard, Marketa Irglova.
Martedì sera sono andata a vedere questo film, e ringrazio pubblicamente Briony per avermene parlato e per avermi proposto di andare a vederlo. Personalmente, non lo conoscevo. Ma il giorno dopo l'ho pubblicizzato a tutti, e continuo a farlo. Ne vale davvero la pena. E' un film irlandese, musicale, con una delicatissima quanto platonica storia d'amore. Un piccolo film, con un budget ridicolo (130.000 euro), ma che è riuscito a ottenere l'attenzione e il plauso della critica oltre che l'Oscar per la migliore canzone originale (la bellissima Falling Slowly). Il film ha un taglio come documentaristico nella sua struttura, essendo girato interamente con camera a mano, con un effetto da documentario, appunto, o di film amatoriale. Un effetto che ben si sposa con l'accompagnamento musicale, spesso costituito solo dalla voce di Glen Hansard e dall'accompagnamento della sua chitarra (e di tanto in tanto dal piano di Marketa).
Un film che ti dice che i sogni, per quanto impossibili possano sembrare, si possono realizzare se ci si crede davvero.
Un film che ti avvolge e che è un balsamo per l'anima.
La classe
regia di Laurent Cantet.
Con François Bégaudeau
Palma d'oro - meritata - all'ultimo Festival di Cannes, il film di Cantet è una via di mezzo tra fiction e documentario, con una messa in scena ridotta all'essenziale ma che si dimostra più efficace di molti film cosiddetti "d'inchiesta".
Tratto dal libro di François Bégaudeau (che è anche sceneggiatore del film oltre che attore protagonista) il film è ambientato nella realtà di una scuola della banlieu nella Parigi odierna, con tutti i problemi di integrazione (razziale e non solo) che questo comporta. Ci sono elementi particolarmente significativi per gli spettatori francesi, come appunto il tema sempre scottante delle banlieu, o il sentirsi più o meno francesi degli immigrati delle ex colonie. Ma ci sono anche tematiche applicabili ad ampio raggio alla società occidentale contemporanea. L'integrazione, ovviamente. Ma anche il rapporto tra adulti e adolescenti, una riflessione sulla scuola e i suoi metodi educativi che forse andrebbero un po' svecchiati, la distanza tra quello che si insegna e quello di cui i ragazzi avrebbero forse veramente bisogno e poi la cosa più irritante di tutte, la maleducazione, l'insolenza, l'assoluto menefreghismo dei ragazzi e la loro più totale mancanza di rispetto nei confronti degli insegnati che si trovano davanti. I quali a loro volta faticano a trovare una chiave di lettura e gli strumenti necessari per calibrare meglio questo rapporto.
Il film di Cantet mette in scena tutto ciò in modo essenziale, filmando un intero anno scolastico all'interno di una classe e di poche altre zone della scuola. Non si esce mai dal perimetro dell'istituto (ecco perchè il titolo francese - Entre les murs - è più calzante), non si sa nulla o quasi dei ragazzini e dei professori al di là del loro rapporto dialettico all'interno della scuola. E per questo è ancora più emblematica la scena finale: la campanella suona, iniziano le vacanze, la classe si svuota. Quale sarà il futuro?
Poche ore fa, cinema San Marco, Bergamo.
Arriviamo trafelate alle 22.28 alla cassa. Il film inizia alle 22.30.
Io (sicura, con già i soldi in mano e con l'aria di quella che sta pensando "non farmi perdere tempo che già è tardi): "Due biglietti per La Classe".
La cassiera (trattenendosi dal ridermi in faccia): "La Classe lo danno al Capitol".
Shit shit shit.
Al ritorno a casa ho controllato subito sul giornale, per scrupolo. Ma c'era scritto chiaramente che il film era al Capitol.
Sono proprio io a essere rintronata senza speranza.
(Il film comunque poi siamo riuscite a vederlo - post coming soon).
Inauguro una nuova "rubrica" del blog. Quella delle citazioni. Di tanto in tanto, con frequenza casuale, posterò frasi da libri che ho letto in passato o che sto leggendo, e che per un motivo o per l'altro mi hanno colpito (oltre a quelle presenti in pianta stabile qui a sinistra, che sono più o meno delle pietre miliari). Così. Senza una vera ragione, forse per lasciare come Pollicino delle molliche di pane lungo il percorso, che siano poi in grado di indicarmi la via di casa.
"The pen will never be able to move fast enough to write down every word discovered in the space of memory. Some things have been lost forever, other things will perhaps be remembered again, and still other things have been lost and found and lost again. There is no way to be sure of any of this".
Paul Auster - The invention of solitude
(Ed. originale: Penguin. Ed. italiana: L'invenzione della solitudine, Einaudi).
Comunicazione di servizio per i fan di Paul Auster: domenica sera sarà da Fazio.
Altra cosa che però esce dal seminato (ma non più di tanto): nei link sempre qui a sinistra ho aggiunto il sito di Flavio Soriga. Andate a farci un giro, di tanto in tanto. E leggete soprattutto la sezione "Articoli" (che il resto più che altro sono appuntamenti e altre comunicazioni varie). E' un giovane scrittore molto in gamba, davvero. Per dire che i trentenni di oggi non è che sono poi tutti dei fannulloni o dei bamboccioni.
Quando la maggior parte delle persone che incontri ti guarda e poi ti dice che hai l'aria molto stanca e stressata non è un bel segno.
E stamattina mentre tentavo disperatamente (e invano) di coprire le occhiaie con il trucco ho individuato delle rughe sotto gli occhi.
Argh.
Leggo in questo momento in un report lavorativo che un tizio (il nome è ininfluente, comunque si chiama Mr. Sorkin) è considerato "one of the 30 most influential financial journalists in the nation under the age of 30". E poi mi sono chiesta: esiste qui da noi un professionista (che sia un giornalista economico o un professore o una qualsiasi altra cosa a scelta vostra) sotto i 30 anni che possa essere considerato "influential"? A voi viene in mente qualcuno?
Copioincollo il post di Luca Sofri su Wittgenstein, dove parla del concerto dei Coldplay. Condivido parola per parola (e si tratta di una fonte decisamente più autorevole rispetto alla sottoscritta).
“Ooo-ò o-oò-o…”. Ieri mattina in giro per Milano era come quando entri ed esci da bar, negozi e uffici, e tutte la radio sono sintonizzate sulla stessa stazione. Solo che funzionava con le persone, e ti lasciavi alle spalle qualcuno, o incrociavi un altro sul marciapiede, o salutavi un amico, e tutti stavano canticchiando: “Ooo-ò oo-oo…”.
Erano stati al concerto dei Coldplay.
E sapete com’erano? Contenti. Di buonumore. Il concerto dei Coldplay ha messo di buonumore. Certo, a volerla dire tutta hanno notato in parecchi la sua brevità, e i reduci di altre occasioni sostengono che Chris Martin fosse un po’ appannato. Ma la verità è che i Coldplay sono un grande baraccone da concerto, con tutto quell’accatastarsi di suoni e arrangiamenti enfatici che riempiono una serata ancora più di quanto funzionino in un disco.
Come mai i Coldplay hanno sbancato, quest’anno? Intanto perché sono bravi e hanno occupato uno spazio in cui c’era una domanda forte di una superband orecchiabile senza essere svenevole, e presentabile senza essere difficile: i rimpiazzi degli U2 per la generazione seguente, con proporzionato addolcimento di toni musicali e lirici. Certo, lui è carino, ha la moglie carina e sono stati promossi con super investimenti ormai rarissimi in un mercato discografico con la cinghia stretta. Ma sarebbe riduttivo chiuderla lì, e superficiale. Quella cosa lì, rock orchestrato e melodioso, la sanno fare bene. Poi chiedete a un non fan di dirvi il titolo di una canzone famosa dei Coldplay, e farà molta fatica. Benché nell’ultimo disco emergano la meravigliosa e appiccicosissima “Viva la vida”, e i suoi archi (imparati dalle invenzioni di un’altra popband inglese, i Divine Comedy). “Ooo-ò o-oò-o…”.
E poi sanno fare quelle cose che gli inglesi chiamano “anthems”, inni. Ovvero quelle canzoni che si cantano in coro a squarciagola come se si andasse a conquistare il mondo, su un ritmo quasi militare di batteria, e che in concerto funzionano straordinariamente, anche nelle date italiane di questi giorni. Tutti a sollevare le braccia e a cantare contenti. Di buonumore.
Quando ricapita, di questi tempi?